C’era una volta

C’era una volta

Retrospettiva sul mondo delle fiabe con Dino Angelini – Prima puntata


… Questa roba qua quindi è una roba che chiamando degli altri a raccolta equivarrebbe a una diretta. Esatto! Ti ho chiamato perché durante il giorno bisogna inventarsi qualcosa, così la mattina prendiamo un caffè e parliamo di fiabe. facciamo una retrospettiva sulle fiabe.

Ci sono storie che conosciamo, più o meno note, che sono arrivate a noi grazie all’immenso lavoro di raccolta di grandi storici e scrittori. Ma cosa c’è dietro le fiabe o dietro queste storie, è un aspetto interessante da scoprire.

Interessantissimo. Non solo dietro le Fiabe ma dietro tutto il narrare orale delle classi del popolo, dei vari popoli, che è un insieme di messaggi plurimi che da sempre i popoli hanno inventato e usato a fini anche terapeutici e auto terapeutici.
Il buon raccontatore di fiabe racconta anche a sé stesso la fiaba e nel raccontarla anche a sé stesso fa un’operazione di autoterapia.

Nel tuo libro scrivi che la duplice funzione del narratore è quella di raccontare agli altri e di raccontare a sé stesso le fiabe. In questo periodo di quarantena mi sta capitando di raccontarle guardando lo schermo del cellulare con cui registro. sto raccontando a me stesso e non so chi c’è dall’altra parte.

L’auto terapia prevale sulla terapia agli ascoltatori.

“C’era una volta”. Se pronuncio questa frase: “C’era una volta”, che è il principio, l’incipit, a te cosa ricorda?

C’era una volta intanto è qualcosa che ci porta apparentemente solo all’imperfetto … a un tempo imperfetto. Ma in effetti questo tempo imperfetto ha una funzione importantissima perché se noi immaginiamo un … c’è una strega, c’è un drago … e dovessimo raccontare al presente la storia, molto probabilmente gli ascoltatori, soprattutto i bambini, sarebbero troppo presi.
Sarebbe una situazione quasi di tipo allucinatorio, come in un certo modo lo è il cinema. Il cinema, quello di una volta con le luci spente e con lo schermo che si accende, non è assimilabile pienamente alla fiaba perché porta il fruitore in una dimensione presente. D’altro canto, se dicessimo “Ci fu una volta”, la fiaba perderebbe di mordente … diventerebbe una cosa di ieri.
Invece quella imperfezione, proprio l’imperfetto, questo fatto che rimane sospeso se il drago, se la strega è ancora presente qui con noi o meno, questo fa sì che la fiaba abbia un impatto molto forte ma nello stesso tempo molto dinamico. Per cui in certi momenti quando il drago sta per vincere e sembra che tutto vada a “scatafascio” io posso dire a me stesso: (io bambino o anche io adulto ieri, perché le fiabe ieri erano raccontate anche gli adulti) “va bene … c’era una volta ma adesso forse non c’è più …”. Quando invece la fiaba mi prende, per cui io mi posso immedesimare con l’eroe che sta vincendo, ecco che posso avvicinarmi e quasi far diventare quel tempo come un tempo presente. Quindi l’imperfetto permette questo gioco di avvicinamento e di allontanamento. non so se mi sono spiegato.

Assolutamente! Secondo te, riguardo all’uso dell’imperfetto, c’è stato un momento in cui i narratori hanno deciso di usare l’imperfetto piuttosto che il passato remoto, piuttosto che il presente come se fosse venuto spontaneo usare l’imperfetto, oppure è una cosa secondo te studiata: cioè usiamo l’imperfetto perché è quello che più ha la capacità di …

… Non studiata ma intuita. Tieni presente che il buon raccontatore ha una capacità intuitiva di capire innanzi tutto qual è la fiaba che l’udienza attuale, quella che ha di fronte, ha bisogno di sentirsi dire. Quindi fondamentalmente va a naso, e quindi da sempre è successo questo. Tieni presente che le fiabe sono le parenti povere, le parenti di campagna del mito. Tra l’altro se tu prendi in termini etimologici la parola Mito, Mythos significa storia.
“o mythos deloi oti ( Ὁ μύθος δελοι οτι )” diceva uno dei degli scrittori di favole per eccellenza. Esopo alla fine diceva O mythos deloi oti … questa storia, questo fatto dimostra. Quindi ci troviamo all’interno di una situazione che fin dall’inizio ha indotto i raccontatori a usare questo tempo verbale, quindi è qualcosa che attiene all’intuizione … a quella che in termini psicoanalitici sarebbe il preconscio. Il preconscio che diciamo così modella, ha questa funzione di modellare le cose e anche i discorsi, anche la parola.

Quando si raccontano le fiabe ho notato che anche a livello vocale, la frase o meglio, l’incipit “C’era una volta” ci pone già in una condizione fisica differente …  tra l’altro nelle nostre fiabe, in quelle pugliesi, c’è la doppia frase di incipit “C’era una volta e c’era (ière na vòlte é ière)”. C’è questo rafforzativo …

Precisamente. È un rafforzativo che serviva per dire guardate che questo mondo esiste. Questo è un mondo che è diverso dal nostro. Io ti sto portando in un mondo, c’era una volta, che è un mondo fatato. È chiaro che la voce ma anche le posture cambiano.
La buona raccontatrice, il buon raccontatore, usa anche il linguaggio del corpo, addirittura anche i rumori se in certi momenti … quando la storia dice: e allora si avvicinò e bussò … c’è una teatralità all’interno della quale la voce ha una funzione importantissima. Concordo con te.

All’inizio, pronunciare la frase “ière na vòlte é ière” produce vibrazioni … è come se ci mette in connessione con alcune note che aprono a qualcosa di magico. Me ne sono reso conto raccontando la fiaba di Cudicchio in teatro … “ière na vòlte é ière”, chemolte fiabe conservano al loro interno una musicalità … l’incipit è la chiave di violino di questo spartito che ci apre al racconto

Ogni raccontatore adatta alla propria personalità anche il tono della voce, lo stile espositivo diciamo così è singolare ma allo stesso tempo viene ereditato. Il buon raccontatore di oggi ha ereditato queste cose dal buon raccontatore che poteva essere lo zio, dal nonno, dalla nonna, da coloro che quand’era piccolo, quand’era più giovane hanno raccontato. E quindi è nello stesso tempo legato a una tradizione. “ière na vòlte é ière” non cambia, l’inizio resta sempre quello, però la mia interpretazione e sono d’accordo, anche nel timbro vocale è qualcosa che è mia e solo mia.




da Un caffè con Dino – Prima Puntata
con Dino Angelini

Photo by Brooke Campbell on Unsplash


Raccontami una storia, fiabe e racconti di Locorotondo di Leonardo Angelini, Edizioni di Pagina (2018)

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